539 D.C. – CASTRUM VARILIANI2021-01-01T18:14:49+00:00

Pillole di Storia fidardense

a cura del Dott. Renzo Bislani

II Secolo A.C. e 539 D.C. – CASTRUM VARILIANI:

IL PRIMO INSEDIAMENTO ED IL SUO INCREMENTO

 

Prima metà del secolo II a.C e anno 539 d.C. CASTRUM VARILIANI: IL PRIMO INSEDIAMENTO CASTELLANO ED IL SUO INCREMENTO DA PARTE DEGLI OSIMANI FUGGITI DALL’ASSEDIO DI BELISARIO.

Origini remote. A quando i natali di Castello? Intendiamo dire come e quando si è formato nucleo urbano, come comunità organizzata e con una sua identità? Lasciamo alla geologia (studio delle rocce) e all’archeologia (scienza dell’antichità) il compito di farci conoscere la storia dalle origini remote del territorio e dei primi abitatori di questa nostra terra suggerendo ai lettori di consultare l’interessante lavoro diretto da Riccardo Sampaolesi e da Sandro Strologo: Piccoli tesori di un castello (Bieffe Recanati 2004).
In mancanza di un ufficio di anagrafe che potesse attestare legalmente la nascita della comunità castellana di cui andiamo ad occuparci, cerchiamo attraverso le notizie in nostro possesso di ipotizzare una data, una situazione e di seguirne lo sviluppo. Per questo fermeremo l’attenzione su due periodi precisi della storia: la “centuriazione romana” e “la presenza dei Goti”.

Roma. Cerchiamo subito di individuare alcuni avvenimenti che ci riguardano avvenuti prima della nascita di Cristo. Dal 300 Roma è alla conquista del mondo. “Il Piceno viene a trovarsi interamente circondato dallo stato romano. Per difendere la loro autonomia e il loro potere commerciale ormai in pericolo, i Piceni si ribellarono, ma nel 268 a.C. i Romani li sottomisero definitivamente: la storia dei Piceni e quella di Roma d’ora in poi coincideranno”La vittoria di Roma sui Piceni riduce gran parte della regione ad ager publicus. Solo però dopo la seconda guerra punica (anni 218-02) e sotto l’impulso di una rinnovata politica adriatica, ha luogo nel nostro territorio l’avvenimento decisivo per la romanizzazione e la trasformazione fondiaria. Nell’anno 264 nasce la colonia latina di Firmum (Fermo). Poi nel 184 viene qui impiantata la colonia di diritto romano di Potentia, alla quale fa seguito, non più tardi del 157, una deduzione analoga ad Auximum (Osimo) (Nereo Alfieri, Baldetti, Grimaldi, Ricerche paleografiche e topografiche-storiche sul territorio di Loreto (1965). Nell’intento dei romani la deduzione coloniaria avveniva in funzione di difesa delle coste. Infatti, divenuta Ancona sede dei duumviri navali, Osimo si trasforma in colonia romana. Passare da municipio a colonia era ambìto e di grande utilità per i popoli di allora, che molto speravano dai romani; se si perdeva in libertà, per la presenza dei soldati e coloni romani, e in territorio, perché una parte di esso veniva dato ai coloni sui sei -sette iugeri “pro capite”, si guadagnava in sicurezza e si traevano benefici per le opere pubbliche come dimostra la testimonianza di Livio relativa ai censori dell’anno 175-174″.

La centuriazione romana. “…La centuriazione e l’assegnazione delle terre vanno connesse con due momenti della storia romana: la fondazione della colonia di Auximum e Potentia nella prima metà del secolo II a.C. e le assegnazioni viritane fatte ai veterani in epoca triunvirale augustea. Si può supporre che le centuriazioni più organiche (come quelle caratterizzate dai lunghi assi stradali delle Crocette, di Campocavallo e della Regina) nonché esempi di scamnatio risalgano ad epoca più antica; gli appezzamenti minori potrebbero appartenere alla impegnativa ricerca di terre per i veterani, che si fece prima e dopo la guerra di Perugia” (Alfieri e Forlani). Al tempo delle lotte graccane, comunque, si procede ad assegnazioni nell’ager auximatis, anconitanus e numanatis. Entro questi termini è il territorio castellano.

Centuriazione romana nel territorio fidardense

La prima comunità castellana. Nella zona alta di una centuriazione, lambita dalle acque dell’Aspio, ai confini di Numana, si erige il “castrum”, che prende il nome da un veterano di guerra assegnatario di questi fondi. La tesi sembra avvalorata da un documento non datato, ma che si riferisce al periodo Azoniano (inizio del XIII secolo) e riportato dal Vogel I,34 “Azzone Estensi Marchione in castris existente in plano Aspidis (quod flumen Recanatensem agrum, ab Humanae,et Castri Ficardi territoriis separat)” e dalla frase: “…inter Aspium et Muscionem gens barbara et crudelis” Tacito (circa 54-120 d.C).
Scrivono Paolo Pigini e Paola Bontempi in Vita e statuti di Castelfidardo antica (1972)“Al tempo delle lotte graccane si procede ad assegnazioni nell’ager Auximatis, nell’ager Anconitanus e nell’ager Numanatis. Entro questi termini era il territorio castellano che per la sua magnifica posizione naturale e la ricchezza del suolo non poteva non attirare lo sguardo dei nuovi venuti”.

Il “primo complesso rustico” castellano non è isolato ma ben si colloca nel quadro della centuriazione romana (divisione in lotti di terreno assegnati agli ex-legionari) della media e bassa valle del Musone, di cui sono tutt’ora visibili tracce evidenti nella fitta rete di stradine di campagna. Situato nei pressi di un’antica strada che collegava Auximum (Osimo) a Potentia l’insediamento rustico di Castello doveva gravitare di preferenza verso la città romana della costa adriatica (Humana), dalla quale si riforniva dei materiali di importazione aquileiese, apula ed africana.
Si riconosce sulle rappresentazioni cartografiche la centuriazione romana, data l’interdipendenza esistita in antico fra il reticolo stradale e quello centuriale. Il suo tracciato, più interno, si scopre tuttora nell’odierna strada che passa per San Rocchetto, le Crocette e villa Poticcio. Il tronco principale è rettilineo e funge da cardine di una divisione agraria di centurie quadrate, aventi m.710 di lato, ossia 20 actus lineari… (Alfieri, Forlani, Grimaldi, Ricerche paleografiche… cit.).

Il toponimo. Nella zona in questione troviamo il toponimo prediale di area bizantino ravennate: Variliano. “Dalla localizzazione cartografica dei toponimi alto-medioevali della zona, si nota che, tracciata una linea ideale che unisca le località Campo Cavallo, Castello, Aspio Terme e la foce del Musone, a Nord di questa delimitazione sono ubicati, con una significativa frequenza toponimi di origine romano-antica, propri dell’antica catastazione conservatasi in area bizantino-ravennate, mentre verso Sud si trovano nomi locali di chiara matrice longobarda”. “Tipici dell’area bizantino, delimitata a Sud dalle estreme propaggini meridionali dei possessi ecclesiastici ravennati di età alto-medioevale, sono infatti i toponimi di origine prediale romano-antica, composti dal nome dell’antico proprietario del fundus e del suffisso -anus spesso volgarizzato in – ano” (Ettore Baldetti, Le basse valli del Musone e del Potenza nell’alto medioevo (1983)).

Castrum Variliani. Possiamo allora supporre che l’originario castrum abbia tratto il nome da quello di un veterano, oriundo da Veroli, che lì stanziatosi deve aver acquisito fama e stima. Gli Ernici sono una popolazione italica che abita nell’Italia centrale occupando gran parte della valle del fiume Sacco e sottomessa dai romani nel 306 a.C.

Città principali di questo popolo sono Anagni, Ferentino, Alatri e Veroli (attualmente un comune della provincia di Frosinone nella ciociaria). In latino Veroli è chiamato Verulae-arum e chi l’abita è detto Verulanus. Da questo nome di popolo probabilmente il toponimo Verulianum (sottinteso praedium) che vuol dire “immobile, podere, fondo del Verolano, cioè di un abitante di Veroli. È una congettura che presuppone la possibilità di una emigrazione di uno o più Veroli al nostro luogo o di una assegnazione ad un veterano di Veroli di fondi nelle nostra terra e il passaggio da Verulanus a Varilianus, è possibile nella lingua popolare.

I goti a Osimo. Ma Castello non ha ancora raggiunto la dimensione di una comunità organizzata (di qualche conto e stima). Dobbiamo aspettare dei secoli.
Nell’anno 536 d.C. Osimo è conquistata dai Goti. Tre anni dopo Vitige re dei Goti deve difendersi da Belisario spedito da Giustiniano per vendicare Amalasunta figlia del re Teodorico, ma meglio per riconquistare l’Italia. Si rinserra a Ravenna e perché le città che lascia dietro il suo cammino non cadano sotto gli Imperiali accresce ad ognuna le guarnigioni. Lascia in Osimo 4.000 soldati comandati da Visandro. Nell’aprile del 539 Belisario con 11.000 combattenti assedia Osimo per sette mesi. Gli Osimani fuggono dalla città assediata e senz’acqua per rifugiarsi nelle terre vicine.
Per curiosità dei lettori ricordiamo che nell’anno 541, dopo la pace fra Bizantini e Goti, questi ultimi eleggono loro re Totila. Osimo viene di nuovo presa d’assedio dai Goti contro i quali Belisario manda soccorsi che però si ritirano presto. Poi nel 544 Totila e l’esercito dei Goti, accampatisi nel Piceno presso Fermo ed Ascoli, pongono a questo l’assedio. Fermo ed Ascoli si arrendono a Totila. Nel 552 I bizantini tornano a prendere l’iniziativa. Presso Gualdo Tadino Totila viene sconfitto ed ucciso. La guerra gotica ha termine l’anno dopo presso Napoli dove l’ultimo re goto, Teia, viene anch’egli sconfitto ed ucciso. Ma ritorniamo sui nostri passi.

Incremento del primo insediamento. Con l’assedio dell’anno 539, gli osimani fuggono dalla città stabilendosi inoltre nell’antistante collina a sud coperta di bosco (Wualdum de fico) e a est nel romano castrum Varulliani tra i fiumi Aspio e Musone. In questa seconda zona limitrofa alla prima e per la vicinanza della costa e dove il nucleo abitativo è più organizzato gli Osimani arrivano più numerosi. Nel lasso di tempo della loro permanenza o che il timore di barbariche invasioni raddoppiasse lo zelo degli emigrati alla difesa del nuovo soggiorno, o che Osimo stessa, vedendo un nuovo elemento di forza nell’occupato castro, gli Osimani per tenere in fede gli emigrati e i loro discendenti con i vincoli della religione, o meglio per consolidare con essa il loro futuro dominio sulla fiorente colonia, fabbricarono nelle vicinanze del “castro Varugliano” un sontuoso tempio in onore di San Vittore (Giosuè Cecconi, La storia di Cf. (1879), che darà poi il nome a tutta la contrada.

La costruzione del tempio di San Vittore. Il monachesimo giunto in Italia dall’oriente fino al secolo IV stenta ad attecchirvi; si afferma vigorosamente solo nel corso del VI secolo in seguito alle tragiche condizioni di vita causate dalla guerra gotica e alle tante distruzioni derivate dall’occupazione barbarica. I primi monaci che giungono dall’oriente si propagano soprattutto lungo le coste dell’adriatico, favoriti dalla dominazione bizantina. Dopo il triste periodo delle incursioni barbariche e il rinascere della vita anche le attività religiose prendono nuovo vigore. Il continuo afflusso dei pellegrini dall’oriente lungo la costa adriatica ha depositato nella regione tutte le leggende sacre e profane più portentose e seducenti. L’ordine Benedettino apre i suoi monasteri a Portonuovo e sull’alto Conero e quello di San Vittore (A. Allevi, I Benedettini nel Piceno e i loro centri di irradiazione…(1967).

 Saranno i monaci di San Benedetto che avevano preso stanza all’Abbadia di Osimo a prendere cura del nostro tempio dopo la sua erezione, ristrutturandolo ed abbellendolo come loro uso, o l’avranno costruito loro stessi.
Ricordiamo che nell’anno 176 d.C, sotto l’imperatore Marco Aurelio in Siria, trovano la morte i santi martiri Vittore e Corona. Il papa Sotero (166 +Roma 176) li proclama santi. Nell’anno 182 I corpi dei due martiri insieme a quello di Filippo vengono traslati in Italia e lasciati sulla costa adriatica (Humana).

 Castello fondato da Osimo? “L’evidenza archeologica documenta gli stretti legami socio- economici e culturali che facevano gravitare il nostro territorio nella zona d’influenza di Numana e giustifica la primaria appartenenza della nostra città alla diocesi numanate. Non a caso infatti tra i ruderi dell’antica chiesa di S.Vittore proviene un’epigrafe latina che T.Mommsen riporta a Numana e che attualmente è visibile murata nell’atrio del Palazzo, già Guarnieri, oggi Balleani-Baldeschi di Osimo. Alla luce di questi nuovi elementi offertici dalla documentazione archeologica la presunta paternità di Osimo su Castelfidardo andrebbe riesaminata e meglio precisata” come asserisce l’illustre Ispettore archeologo concittadino Maurizio Landolfi (1981).
Nell’aureo libretto Piccoli tesori di un castello (pag.90)si legge a proposito del suddetto reperto (dedica all’imperatore Numeriano); “Ciò significherebbe che almeno una parte del territorio di Castelfidardo in epoca romana e alto medievale era sotto controllo della città costiera (Humana): coloro i quali costruirono S.Vittore e diedero vita in quella contrada nei pressi dell’Aspio alla prima comunità fidardense dunque erano di origine numanate”. Nel VI secolo gli Osimani non fondarono, bensì incrementarono e consolidarono la comunità organizzata nel castrum all’apice della centuriazione romana con il toponimo di Variliano.

 L’abbandono. La crisi demografica e l’indigenza che si acutizzano nel Piceno a seguito della guerra greco-gotica nonché il diffondersi della malaria nella regione marchigiana durante il secolo VI favoriscono lo spopolamento degli antichi centri urbani. Un più marcato abbandono subiscono gli insediamenti vallivi addossati a quei fiumi medio-adriatici che tendono a tracimare, in età alto medioevale, dall’argine sinistro del loro alveo, creando vasti impaludamenti e, di conseguenza, l’ambiente ideale per proliferare dell’endemia malarica. Sarà l’avvento della dominazione longobarda, verificatosi in questa zona a determinare l’inizio del totale abbandono di questo, come di quasi tutti gli antichi centri costieri siti a sud di Humana.(Baldetti, Le bassi valli… cit.),
Nell’alto medioevo l’originale insediamento del Varugliano si sposta definitivamente nell’attuale collina già denominata Waldum de fico. L’insicurezza del luogo indifeso, la precaria situazione idraulica e l’impantanamento causati dal Musone inducono gli abitanti a spostarsi gradualmente sull’attuale colle, dove devono esistere condizioni di vita migliori. Insieme con gli abitanti emigra anche il toponimo Varugliano. Non è infatti il primo esempio nel territorio del trasferimento di un centro urbano e del toponimo da un luogo di pianura ad un altro luogo più alto e più sicuro. Anche Loreto sale sul vicino rilievo di Monte Prodo (Floriano Grimaldi, Il territorio lauretano… in AA.VV Le bassi valle del Musone e del Potenza (1985). Il nuovo nucleo abitativo prenderà il nome di Castrum Ficardum (da Waldum de fico), mentre la piazza antistante il palazzo priorale quello originale di “platea Varulliani” o meglio “piazza e terziere del Varugliano”.

Ci congediamo con i nostri lettori proponendo una nostra storia partorita dalla fantasia.
ET ASPIS CASPIS VERULIANUM DELEVIT. Una coppia di buoi traccia con l’aratro, i solchi che delimitano la centuriazione e vicino ad un tortuoso corso d’acqua si stabilisce un castrum. La vita agricola e commerciale si svolge come in tutte le colonie romane, poco distante la vetus Auximum. Un assegnatario del fondo maggiore, veterano di guerra proveniente da un villaggio del Lazio, primeggia su quella gente per saggezza e forza. La distribuzione di terre da coltivare avveniva infatti in epoca romana in lotti regolari ed uguali fra i soldati-contadini, più estesi per gli ufficiali.

Base della distribuzione era la centuriazione del territorio cioè la divisione in grandi quadrati effettuata dagli agrimensori con l’aiuto del loro strumento, la groma. Il risultato era un vasto reticolato di divisioni segnate da strade e sentieri campestri.

Come finì quel “miles” nella nostra terra? In una delle ultime battaglie strenuamente combattute, a cui aveva partecipato, il nostro “veteranus” ne uscì piuttosto malconcio. Lo scontro era cessato con l’imbrunire lasciando sul terreno morti e feriti, cavalieri e fanti, e lui che si lamentava per una ferita alla spalla. Una freccia si era incuneata sulla parte superiore del braccio evitando la “lorica”.
Mentre i vincitori proseguivano la marcia con alle catene i vinti, su quel cimitero di cose e di uomini passavano chinandosi uccelli rapaci, commilitoni, ladri e pie donne. Quest’ultime richiamate dal dolore e dalla morte, venute a sollevare quei figli ancora in vita.

Il nostro cavaliere, appoggiato con il dorso alla schiena del suo destriero spanzato dalle lame dei mozzi di una biga, si stringeva la spalla sanguinante imprecando in attesa di soccorso. Quando apparve una donna. Aveva al fianco una brocca e in mano un cesto da cui uscivano lembi di lino bianchissimo. Gli si avvicinò, bagnò la bocca arsa dell’uomo e porse le sue cure pulendo e ricoprendo la ferita, quindi lo aiutò ad alzarsi ed insieme si portarono a fatica ad un carro che li avrebbe trasportati in un casolare.

Arrivò la notte. L’ultimo pezzo di strada venne fatto al buio, a tratti interrotto dal chiarore lunare liberato dalle nuvole che grevi solcavano il cielo.
Alla luce di una torcia la donna accompagnò l’uomo all’interno di una capanna. Nella stanza illuminata da una lucerna e riscaldata da una brace accesa, si poteva scorgere la presenza di tutto ciò che serviva alla vita …. alla vita di una persona sola..
– Multa gratias tibi ago, 
Grazie sussurrò alla donna sensibilmente affaticata. Deposti la galea e lo scudo su una mensola il soldato si appressò al fuoco e infilò il gladio nel braciere. Scintille di fuoco illuminarono i due visi. Un acre odore di carne bruciata si sparse. La donna raccolse il corpo di quell’uomo esanime e lo adagiò nel suo giaciglio di paglia.
Il tempo passò velocemente, l’uomo guarito restò ancora un po’ ad aiutare la donna nei lavori dei campi. Gli occhi di lui scrutavano spesso il corpo di lei mentre si interrogava su quell’esistenza umile, povera e forte. Fu la donna, un giorno a raccontare d’essere finita lì, dopo essere stata fatta schiava e poi liberata, proveniente da una terra dolcissima abitata dai Piceni. Quindi l’uomo fece ritorno in patria alla sua Veroli, città natale. Ma ormai stanco della vita avventurosa e marziale e preso dal ricordo di quella donna, accettò volentieri l’assegnazione di un fondo nell’ “ager Numanatis”.
– Salve domina, ad te sum reditus! … 
esclamò esaltante al suo ritorno in quella capanna felice.
Si ritrovarono così insieme e buttate su un carro le poche cose possedute da lei, più ricordi che altro, i due presero la strada del Piceno accompagnati nel lungo cammino dalla dea Iuga. La zona centuriata occupata strinse in comunità gli abitanti sparsi nella zona e gli assegnatari, il castrum si stabilizzò nel tempo consolidandosi e il Verulanus raccolse su di sè e la sua sposa conto e stima da tutti.
La vita scorse per tutti serena e più tardi la dea Lucina allietò la “domus Verulianum” con la nascita di un bellissimo bambino, ricco di promesse per l’intera comunità. Il fanciullo cresceva sotto gli sguardi compiaciuti di quanti, tanti, gli volevano bene mentre continui sacrifici venivano fatti agli dei, immolando come vittime gli animali delle greggi che numerose pascolavano negli ubertosi prati della valle. Ma il fato aveva in serbo e scritto nel suo libro una tragica fine per il biondo “puero”.
Un giorno il figliolo del nostro uomo giocava sul greto del fiume, tortuoso come una vipera, che lambiva il castrum. Giocava da solo, gustando le sensazioni della libertà, dell’autonomia, dell’avventura, della scoperta. La natura lo affascinava, niente lo impauriva, tutto lo attraeva. Un’aspide turbata dalle mani curiose del giovinetto gli saltò al collo mordendolo e iniettandogli il suo micidiale veleno. Ormai cianotico, i vecchi genitori ritrovarono il loro figlio prediletto e la gente, subito accorsa, potè solo piangere la sua morte immatura.
Praesagium funestum!
 Il dolore divenne amico di quella casa e di tutta la popolazione e la comunità più tardi, senza timone, andò alla deriva nel mare periglioso dei secoli. La zona divenuta paludosa per le acque dell’ “Aspio”, insalubre e insicura, incominciò a spopolarsi. E il Castrum Verulianum, ormai ridotto a ruderi, vide la sua gente profuga salire la collina per rimpinguare la nascente comunità stretta attorno a Giccardo.
… et aspis Castrum Verulianum delevit!
 e l’aspide presagì e segnò la fine dell’antico insediamento”.

Dott. Renzo Bislani

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